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Socrate
Copy of Lysippos (?) · Public domain · Wikimedia Commons

C1Antichità · Filosofo

Socrate

Σωκράτης

c. 470 BC – 399 BC · Atene

Socrate (Σωκράτης, 470 ca.–399 a.C.) passò la vita per le strade e nei ginnasi di Atene chiedendo alla gente che cosa intendesse con le parole che usava – coraggio, giustizia, pietà – finché non scopriva di non saperlo. Non scrisse nulla; lo conosciamo attraverso Platone, Senofonte e una commedia di Aristofane. Nel 399 a.C. una giuria ateniese lo condannò a morte per empietà e corruzione dei giovani, ed egli bevve la cicuta invece di fuggire. La filosofia occidentale fa cominciare con lui la propria storia.

La vita

Socrate nacque intorno al 470 a.C. nel demo ateniese di Alopece, figlio di Sofronisco, scalpellino, e di Fenarete, levatrice; amava dire di praticare l'arte della madre, aiutando gli altri a partorire idee. Servì come oplita nella guerra del Peloponneso, a Potidea, Delio e Anfipoli. Era povero per scelta, celebre per la sua bruttezza, con il naso camuso e gli occhi sporgenti, e sposato con Santippe, la cui lingua tagliente divenne proverbiale; ebbero tre figli.

Non fondò mai una scuola né si fece pagare. Passava le giornate nell'agorà e nelle palestre, conversando con generali, artigiani, sofisti e con i giovani che lo seguivano per il piacere di vedere in difficoltà i più anziani; tra loro c'erano Alcibiade, Crizia e Platone. Quando l'oracolo di Delfi dichiarò che nessuno era più sapiente di Socrate, egli concluse che la sua unica sapienza consisteva nel conoscere i limiti del proprio sapere, e si mise a mettere alla prova il dio interrogando tutti coloro che avevano fama di sapienti. Nel 423 a.C. Aristofane lo portò in scena nelle Νεφέλαι (Le nuvole) come uno stravagante sospeso in una cesta che insegna ai giovani a imbrogliare i padri.

Nel 399 a.C., con la democrazia restaurata dopo i Trenta Tiranni e gli animi esasperati, tre cittadini, Meleto, Anito e Licone, lo accusarono di non riconoscere gli dèi della città, di introdurre nuove divinità e di corrompere i giovani. Una giuria di 501 membri lo giudicò colpevole a stretta maggioranza; quando propose come «pena» di essere mantenuto a vita nel Pritaneo, la maggioranza per la morte crebbe. Trascorse un mese in carcere mentre una nave sacra era a Delo, rifiutò il piano di fuga di Critone e bevve la cicuta tra i suoi amici.

Le opere

L'opera di Socrate è un modo di parlare. Comincia dichiarandosi ignorante e ponendo una domanda semplice – che cos'è il coraggio, che cos'è la pietà; l'interlocutore risponde con sicurezza; Socrate ne trae le conseguenze finché la risposta non contraddice se stessa, e l'interlocutore resta nell'ἀπορία, un vicolo cieco, che Socrate presenta come un progresso, perché chi sa di non sapere ha almeno smesso di credere a una falsità. Questo esame confutatorio, l'ἔλεγχος, con la sua finta umiltà – la celebre ironia socratica – è il primo metodo sistematico della filosofia. Dietro c'erano delle convinzioni: che la virtù è conoscenza, che nessuno fa il male volontariamente, che è meglio subire ingiustizia che commetterla e che la cura della propria anima conta più del denaro, della reputazione o della vita stessa.

Poiché non scrisse nulla, ogni «opera» di Socrate è di qualcun altro. L'Απολογία Σωκράτους (Apologia) di Platone riporta il suo discorso al processo; il Κρίτων (Critone) il suo rifiuto di fuggire, perché un cittadino che ha accettato le leggi per tutta la vita non può violarle quando si rivolgono contro di lui; il Φαίδων (Fedone) il suo ultimo giorno, passato a discutere dell'immortalità dell'anima finché il carceriere non porta la coppa. Nel Συμπόσιον (Simposio) parla dell'amore come della scala che porta dai bei corpi alla bellezza in sé. I Απομνημονεύματα (Memorabili) di Senofonte mostrano un Socrate più semplice e pratico, che dà consigli sull'amministrazione della casa e sull'amicizia. Ciò su cui tutte le fonti concordano è l'uomo: le domande, il coraggio, il rifiuto di adulare una giuria e la strana voce interiore, il δαιμόνιον, che lo avvertiva quando stava per fare qualcosa di sbagliato.

L’eredità nella Grecia di oggi

Ad Atene la cosiddetta Prigione di Socrate, tre camere scavate nella roccia della collina di Filopappo, è un'attribuzione romantica ed errata, ma l'agorà dove conversava e la Stoà Reale dove fu incriminato sono state scavate e si possono percorrere. La sua statua di marmo, opera di Leonidas Drosis, siede accanto a quella di Platone davanti all'Accademia di Atene in via Panepistimiou, e Σωκράτης resta un nome di battesimo comune in Grecia. Gli studenti greci lo incontrano al liceo attraverso i dialoghi di Platone nelle ore di greco antico e nel manuale di filosofia, e i suoi detti sono diventati proverbi: «ἓν οἶδα ὅτι οὐδὲν οἶδα» (So una cosa sola, di non sapere nulla), una condensazione tarda dell'Apologia, e «σωκρατική ειρωνεία» per l'ignoranza simulata. «Σωκρατική μέθοδος» è il nome che gli insegnanti greci danno all'insegnamento per domande. Chi studia può proseguire con le pagine del sito su Platone, Senofonte e Aristofane, i suoi tre testimoni.

Lo sapevi?

  • Non ci è giunta nemmeno una parola di suo pugno; tutto ciò che abbiamo viene da Platone, Senofonte e Aristofane, che non concordano quasi su nulla se non sul fatto che faceva domande.
  • Combatté come fante pesante in tre battaglie della guerra del Peloponneso e si dice che abbia salvato la vita ad Alcibiade a Potidea.
  • Il famoso «So di non sapere» non compare in questa forma in nessuna fonte; l'Apologia dice soltanto che egli non crede di sapere ciò che non sa.
  • Secondo Platone, le sue ultime parole furono che doveva un gallo ad Asclepio, il dio della medicina, e che i suoi amici avrebbero dovuto saldare il debito.

Opere principali

Titolo grecoTitoloAnno
Νεφέλαι (Αριστοφάνης)Le nuvole, la caricatura di Socrate di Aristofane423 BC
Η δίκη του ΣωκράτηIl processo di Socrate399 BC
Απολογία Σωκράτους (Πλάτων)Apologia di Socrate, di Platonec. 390s BC
Κρίτων (Πλάτων)Critone, di Platonec. 390s BC
Φαίδων (Πλάτων)Fedone, di Platonec. 380s BC
Απομνημονεύματα (Ξενοφών)Memorabili, di Senofontec. 370s BC

Una frase da ricordare

ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.

Nel greco di oggiΦαίνεται λοιπόν πως είμαι σοφότερος από αυτόν τον άνθρωπο σε ένα μικρό πράγμα: ότι όσα δεν ξέρω, ούτε νομίζω πως τα ξέρω.

eoika goun toutou ge smikro tini afto touto sofoteros einai, oti a mi oida oude oiomai eidenai.

Sembra dunque che io sia più sapiente di quest'uomo proprio in una piccola cosa: che ciò che non so, non credo nemmeno di saperlo.

Plato, Απολογία Σωκράτους 21d

Dal testo originale

Il testo come lo ha scritto Socrate, di pubblico dominio, con la nostra traduzione a fronte.

«Ἀπολογία Σωκράτους»Apologia di Socrate

Socrate, sotto processo, spiega da dove gli venga la cattiva fama: l'oracolo di Delfi aveva detto che nessuno era più sapiente di lui, ed egli si mise a verificarlo interrogando un politico. Il passo contiene la celebre ammissione di ignoranza.

καὶ πολὺν μὲν χρόνον ἠπόρουν τί ποτε λέγει· ἔπειτα μόγις πάνυ ἐπὶ ζήτησιν αὐτοῦ τοιαύτην τινὰ ἐτραπόμην. ἦλθον ἐπί τινα τῶν δοκούντων σοφῶν εἶναι, ὡς ἐνταῦθα εἴπερ που ἐλέγξων τὸ μαντεῖον καὶ ἀποφανῶν τῷ χρησμῷ ὅτι “οὑτοσὶ ἐμοῦ σοφώτερός ἐστι, σὺ δ᾽ ἐμὲ ἔφησθα”. διασκοπῶν οὖν τοῦτον—ὀνόματι γὰρ οὐδὲν δέομαι λέγειν, ἦν δέ τις τῶν πολιτικῶν πρὸς ὃν ἐγὼ σκοπῶν τοιοῦτόν τι ἔπαθον, ὦ ἄνδρες Ἀθηναῖοι, καὶ διαλεγόμενος αὐτῷ—ἔδοξέ μοι οὗτος ὁ ἀνὴρ δοκεῖν μὲν εἶναι σοφὸς ἄλλοις τε πολλοῖς ἀνθρώποις καὶ μάλιστα ἑαυτῷ, εἶναι δ᾽ οὔ· κἄπειτα ἐπειρώμην αὐτῷ δεικνύναι ὅτι οἴοιτο μὲν εἶναι σοφός, εἴη δ᾽ οὔ. ἐντεῦθεν οὖν τούτῳ τε ἀπηχθόμην καὶ πολλοῖς τῶν παρόντων· πρὸς ἐμαυτὸν δ᾽ οὖν ἀπιὼν ἐλογιζόμην ὅτι τούτου μὲν τοῦ ἀνθρώπου ἐγὼ σοφώτερός εἰμι· κινδυνεύει μὲν γὰρ ἡμῶν οὐδέτερος οὐδὲν καλὸν κἀγαθὸν εἰδέναι, ἀλλ᾽ οὗτος μὲν οἴεταί τι εἰδέναι οὐκ εἰδώς, ἐγὼ δέ, ὥσπερ οὖν οὐκ οἶδα, οὐδὲ οἴομαι· ἔοικα γοῦν τούτου γε σμικρῷ τινι αὐτῷ τούτῳ σοφώτερος εἶναι, ὅτι ἃ μὴ οἶδα οὐδὲ οἴομαι εἰδέναι.E per molto tempo rimasi incerto su che cosa mai volesse dire; poi, assai a malincuore, mi volsi a una ricerca di questo genere. Andai da uno di quelli che sono ritenuti sapienti, per confutare lì, se mai in qualche luogo, l'oracolo e mostrare al responso: «Costui è più sapiente di me, e tu invece hai detto che lo ero io». Esaminando dunque costui – non ho bisogno di dirne il nome, era uno dei politici, e fu esaminandolo e discorrendo con lui, Ateniesi, che mi accadde qualcosa del genere –, mi parve che quest'uomo sembrasse sapiente a molti altri uomini e soprattutto a se stesso, ma non lo fosse; e poi cercavo di mostrargli che credeva di essere sapiente, ma non lo era. Da quel momento mi resi odioso a lui e a molti dei presenti; ma andandomene ragionavo tra me che di quest'uomo io sono più sapiente: perché forse nessuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma lui crede di sapere qualcosa pur non sapendolo, io invece, come non so, così neppure credo di sapere. Sembra dunque che io sia più sapiente di lui almeno in questa piccola cosa: che ciò che non so, neppure credo di saperlo.

Plato, Ἀπολογία Σωκράτους 21b–d (c. 390s BC) · Testo di pubblico dominio, fonte: el.wikisource.org

C1

Leggi di Socrate in greco (C1)

Parole del brano

  • paradossale
  • interlocutore
  • giustizia
  • pietà, devozione
  • confuso
  • infastidisco, disturbo
  • pietà, misericordia
  • violo, infrango (una legge)

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