La vita
Pindaro nacque intorno al 518 a.C. a Cinoscefale, un villaggio nel territorio di Tebe in Beozia, da una famiglia aristocratica che si diceva discendente del clan spartano degli Egidi. La tradizione vuole che abbia studiato musica e poesia ad Atene, e la più antica ode databile, la decima Pitica, fu scritta nel 498 a.C., quando aveva circa vent'anni, per un giovane nobile tessalo. Da allora lavorò su commissione in tutto il mondo greco: la sua ambizione era essere il poeta dell'intera Ellade, non di una sola città.
La sua carriera coincise con le guerre persiane, in cui Tebe si schierò con i Persiani, un imbarazzo che le sue odi trattano con cautela, e con l'età d'oro dei tiranni di Sicilia. Nel 476 a.C. si recò in Sicilia e scrisse per Ierone di Siracusa e Terone di Agrigento, i mecenati più ricchi del tempo, celebrando i loro cavalli da corsa e i loro carri nelle prime Olimpiche e Pitiche. Scrisse spesso per le famiglie aristocratiche di Egina, undici odi in tutto, e per Arcesilao, re di Cirene in Libia, e compose inni, peani e ditirambi per città e santuari, tra cui un ditirambo in lode della «splendida, coronata di viole, illustre Atene», per il quale, si racconta, gli Ateniesi lo ricompensarono e i Tebani lo multarono.
La sua ultima poesia databile, l'ottava Pitica, celebra un lottatore di Egina nel 446 a.C. e contiene i versi più famosi che abbia mai scritto sulla fragilità umana; aveva circa settant'anni. Si dice che sia morto ad Argo intorno al 438 a.C. Più di un secolo dopo, quando Alessandro rase al suolo Tebe nel 335 a.C., ordinò di risparmiare la casa del poeta.
Le opere

I dotti alessandrini ordinarono la poesia di Pindaro in diciassette libri; quattro ci sono giunti completi, gli Ἐπίνικοι (Epinici), quarantacinque componimenti raggruppati per festa in Ὀλυμπιόνικοι, Πυθιόνικοι, Νεμεόνικοι e Ἰσθμιόνικοι. Un epinicio era eseguito da un coro di giovani, con lira e aulo, al ritorno in patria del vincitore. Nomina il vincitore, la sua famiglia e la sua città, balza a un mito legato a loro e ritorna con massime sugli dèi, sulla fortuna e sulla brevità della gloria. La struttura è triadica, strofe, antistrofe ed epodo, in metri di grande complessità, e la lingua è un dorico letterario elevato, carico di aggettivi composti e di transizioni brusche.
La prima Olimpica (476 a.C.), per il cavallo da corsa di Ierone, Ferenico, si apre con il celebre priamel «Ἄριστον μὲν ὕδωρ» (Ottima è l'acqua, e l'oro è un fuoco fiammeggiante) e racconta la storia di Pelope e della sua corsa di carri per la mano di Ippodamia. La settima Olimpica (464 a.C.), per il pugile Diagora di Rodi, sarebbe stata incisa a lettere d'oro nel tempio di Atena a Lindo. La seconda Pitica si chiude con l'esortazione «γένοι' οἷος ἐσσὶ μαθών» (diventa ciò che sei, avendolo appreso), e l'ottava Pitica (446 a.C.) con la meditazione che siamo creature di un giorno, sogno di un'ombra, finché uno splendore donato dal dio non scende su di noi.
Il tema di Pindaro è l'ἀρετά, l'eccellenza ereditata col sangue e provata nell'azione, e il potere del poeta di renderla immortale; della propria arte parla con una sicurezza che nessun poeta greco eguagliò, un'aquila fra corvi gracchianti.
L’eredità nella Grecia di oggi
Pindaro ha plasmato l'idea dell'ode per duemilacinquecento anni: Orazio ammoniva che chi tenta di rivaleggiare con lui vola su ali di cera, Ronsard, Cowley e Hölderlin lo imitarono e tradussero, e «pindarico» significa ancora elevato, irregolare e ispirato. In Grecia i suoi versi sono entrati nella lingua: «Άριστον μεν ύδωρ» si cita ovunque si lodi l'acqua, sulle fontane e nei discorsi sull'ambiente, e «σκιάς όναρ άνθρωπος» è la formula colta per la brevità della vita. I Giochi olimpici moderni hanno riportato le Olimpiche nella vita pubblica: loro versi vengono letti nelle cerimonie olimpiche e stampati nelle antologie scolastiche di lirica arcaica in uso al liceo. A Tebe i visitatori possono vedere il museo archeologico della città, riaperto nel 2016, e ad Atene una via di Kolonaki porta il suo nome. La pagina del sito su Spyros Louis, il primo vincitore della maratona moderna, è il complemento naturale di questa.
Lo sapevi?
- Quando Alessandro Magno distrusse Tebe nel 335 a.C., risparmiò solo i templi e la casa di Pindaro, morto da un secolo.
- Si dice che i Rodii abbiano inciso la sua settima Olimpica a lettere d'oro nel tempio di Atena a Lindo.
- La sua lode di Atene «coronata di viole» gli sarebbe valsa una multa dai concittadini tebani e una statua dagli Ateniesi riconoscenti.
- Solo quattro dei diciassette libri della sua poesia ci sono giunti completi; gran parte del resto è stata recuperata da papiri egiziani nel Novecento.
Opere principali
| Titolo greco | Titolo | Anno |
|---|---|---|
| Πυθιόνικος Ι΄ (για τον Ιπποκλέα από τη Θεσσαλία) | Pitica 10, la sua ode più antica databile | 498 BC |
| Ολυμπιόνικος Α΄ («Ἄριστον μὲν ὕδωρ») | Olimpica 1, per Ierone di Siracusa | 476 BC |
| Πυθιόνικος Α΄ (η έκρηξη της Αίτνας) | Pitica 1, per Ierone, con l'eruzione dell'Etna | 470 BC |
| Ολυμπιόνικος Ζ΄ (για τον Διαγόρα τον Ρόδιο) | Olimpica 7, per il pugile Diagora di Rodi | 464 BC |
| Πυθιόνικος Δ΄ (οι Αργοναύτες) | Pitica 4, per Arcesilao di Cirene, con gli Argonauti | 462 BC |
| Πυθιόνικος Η΄ («σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος») | Pitica 8, la sua ultima ode databile | 446 BC |
Dalle opere


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Una frase da ricordare
Ἐπάμεροι· τί δέ τις; τί δ' οὔ τις; σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος.
Nel greco di oggiΠλάσματα μιας μέρας. Τι είναι κανείς; Τι δεν είναι; Όνειρο σκιάς ο άνθρωπος.
Epameroi; ti de tis? ti d' ou tis? skias onar anthropos.
Creature di un giorno. Che cosa è uno? Che cosa non è? Sogno di un'ombra è l'uomo.
Dal testo originale
Il testo come lo ha scritto Pindaro, di pubblico dominio, con la nostra traduzione a fronte.
«Πυθιόνικος Η΄»Pitica VIII
La chiusa dell'ultima ode databile di Pindaro, per un giovane lottatore di Egina: la gioia che solleva il vincitore, la rapidità con cui cade, il celebre verso su che cosa sia un essere umano, e una preghiera per la libertà dell'isola. I numeri dei versi e le indicazioni delle strofe della fonte sono omessi.
Πυθιόνικος Η΄ (for the wrestler Aristomenes of Aegina, 446 BC), lines 88–100, the closing antistrophe and epode · Testo di pubblico dominio, fonte: el.wikisource.org














