Un’isola che non volle aderire
Melo (Μῆλος, oggi Μήλος) era una delle due isole delle Cicladi rimaste fuori dall’alleanza ateniese all’inizio della guerra del Peloponneso: Tucidide elenca «tutte le Cicladi tranne Melo e Tera» (II, 9, 4). Presenta i Melii come coloni di Sparta, dapprima neutrali, finché la devastazione delle loro terre da parte degli Ateniesi non li spinse alla guerra aperta (V, 84, 2). Nel 426 a.C. Nicia attaccò l’isola con sessanta navi senza riuscire a guadagnarla (III, 91). Una stima ateniese del tributo del 425/4 a.C. (IG I³ 71) registra comunque Melo, per 15 talenti.
Nell’estate del 416 a.C. gli Ateniesi tornarono con 38 navi, circa 1500 opliti alleati e oltre 300 arcieri. Per gli opliti ateniesi l’edizione greca di Perseus legge 1200, mentre la traduzione di Crawley ha 1600: controllate la vostra edizione. Prima di recare alcun danno, gli strateghi Cleomede e Tisia mandarono ambasciatori. I Melii li tennero lontani dal popolo, τὸ πλῆθος, e li fecero parlare solo davanti ai «magistrati e ai pochi» (V, 84, 3). Gli Ateniesi lo commentano subito (V, 85) e propongono di rispondere punto per punto invece di tenere un lungo discorso. Ecco perché il testo si legge come un dialogo.
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Che cosa significa questa parola?
Giustizia, interesse e speranza
Gli Ateniesi rifiutano i «bei nomi» (μετ’ ὀνομάτων καλῶν): nessun discorso sulla vittoria contro i Persiani, nessun discorso su torti subiti. Poi arriva la frase famosa (V, 89): δίκαια μὲν ἐν τῷ ἀνθρωπείῳ λόγῳ ἀπὸ τῆς ἴσης ἀνάγκης κρίνεται, δυνατὰ δὲ οἱ προύχοντες πράσσουσι καὶ οἱ ἀσθενεῖς ξυγχωροῦσιν. L’inglese di Crawley, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono», resta impresso ma è libero: ξυγχωροῦσιν significa che cedono o concedono.
I Melii accettano il terreno dell’interesse, τὸ ξυμφέρον, e sostengono che un criterio comune di equità protegge chiunque sia in pericolo, anche Atene se un giorno cadesse (V, 90). Chiedono di essere amici, e alleati di nessuna delle due parti (V, 94). Gli Ateniesi rispondono che l’amicizia di Melo sembrerebbe debolezza e il suo odio potenza (V, 95). Chiamano la speranza, ἐλπίς, un conforto nel pericolo che rovina chi vi punta tutto (V, 103). I Melii confidano negli dèi e in Sparta (V, 104). Gli Ateniesi replicano che dèi e uomini comandano ovunque possono, legge che non hanno posto loro (V, 105). Infine offrono alleanza, tributo e sicurezza (V, 111). I Melii rispondono che non rinunceranno in un attimo alla libertà di una città di settecento anni (V, 112).
L’assedio e la memoria dei Greci
Gli Ateniesi cinsero la città con un muro. I Melii ne presero due volte una parte (V, 115, V, 116), e Tucidide non riferisce alcun aiuto da Sparta. Dopo l’arrivo di rinforzi guidati da Filocrate e un tradimento all’interno, si arresero nell’inverno del 416/5 a.C. Gli Ateniesi uccisero tutti gli uomini adulti catturati, ridussero in schiavitù donne e bambini e più tardi mandarono 500 coloni (V, 116). Tucidide non aggiunge alcun commento, e la frase seguente passa al progetto ateniese di conquistare la Sicilia (VI, 1).
I Greci non dimenticarono. Nel 405 a.C., dopo la sconfitta di Egospotami, gli Ateniesi temevano di subire ciò che avevano fatto ai Melii (Senofonte, Elleniche II, 2, 3), e Lisandro restituì l’isola a tutti i Melii che poté radunare (II, 2, 9): dunque alcuni erano sopravvissuti. Isocrate dovette difendere Atene dall’accusa (Panegirico 100). Plutarco (Alcibiade 16) e l’orazione Contro Alcibiade ([Andocide] 4, 22) accusano Alcibiade di aver sostenuto la decisione; Tucidide non ne parla. Gli Uccelli di Aristofane (186) contengono l’espressione λιμῷ Μηλίῳ, «per la fame di Melo», di solito intesa come allusione all’assedio, anche se alcuni studiosi mettono in dubbio il nesso.
Andò davvero così, e di chi è il punto di vista?
Tucidide dice che i suoi discorsi conservano il senso generale di quanto fu detto (I, 22). Visse vent’anni in esilio dopo Anfipoli (V, 26, 5) e non ci dice come seppe di un incontro a porte chiuse. Dionigi di Alicarnasso (Su Tucidide 37–41) riteneva inconcepibile che degli Ateniesi avessero parlato così, e anche George Grote vide nel dialogo una composizione. Brian Bosworth (1993) sostiene che qualcosa di simile a un dialogo ebbe luogo, che la sostanza fu trasmessa da parte ateniese e che Tucidide le diede forma. Per lui il testo riguarda meno la morale dell’impero che la scelta di un piccolo Stato.
Le relazioni internazionali citano spesso V, 89 come frase fondativa del realismo, anche a proposito dell’invasione russa dell’Ucraina. Neville Morley (2026) parla di un «gigantesco salto interpretativo» nel supporre che Tucidide approvi la tesi ateniese, poiché il dialogo ha due parti e lascia il giudizio al lettore. L’idea stessa fu sostenuta anche in altre forme: nella Repubblica di Platone (338c) Trasimaco definisce il giusto τὸ τοῦ κρείττονος συμφέρον, l’utile del più forte. È una tesi diversa da V, 89, e in una prova d’esame vanno tenute distinte.
Date chiave
- 426 BCNicia attacca Melo con sessanta navi; l’isola non passa dalla parte di Atene.
- 425/4 BCUna stima ateniese del tributo registra Melo per 15 talenti.
- 416 BCLa forza ateniese sbarca; gli ambasciatori incontrano i magistrati di Melo.
- 416/5 BCMelo si arrende: gli uomini vengono uccisi, donne e bambini ridotti in schiavitù.
- 405 BCLisandro restituisce l’isola ai Melii che riesce a radunare.
- 1820La statua oggi al Louvre come Venere di Milo viene trovata a Melo.
Otto parole, ieri e oggi
| Greco antico | Greco di oggi | Significato |
|---|---|---|
| giustizia, diritto; legge | ||
| forza; efficacia giuridica | ||
| potenza, forza militare | ||
| interesse, vantaggio | ||
| speranza | ||
| schiavitù (δουλειά: lavoro) | ||
| sicurezza; oggi anche assicurazione | ||
| l’isola di Melo (Milo) |
La guerra del Peloponneso (431–404 a.C.)