Un genere nato ad Atene
La parola τραγῳδία si spiega di solito come «canto del capro» (τράγος, capro, e ᾠδή, canto), ma nessuno sa perché: sono stati proposti un capro come premio, un sacrificio di capro e cantori travestiti da satiri. Aristotele (Poetica 1449a) afferma che la tragedia nacque dai capi coro del ditirambo, un canto corale per Dioniso. Una tradizione più tarda, conservata nel Marmor Parium, indica Tespi come primo poeta tragico, verso il 534 a.C., ma l’iscrizione fu incisa circa tre secoli dopo e mescola storia e leggenda.
Nel V secolo ogni anno venivano scelti tre poeti per le Grandi Dionisie, e ciascuno presentava una tetralogia: tre tragedie e un dramma satiresco. Le trame venivano quasi sempre dal mito, soprattutto dalle case reali di Tebe, Argo e Troia. I Persiani di Eschilo (472 a.C.), sulla sconfitta di Serse, sono l’unica tragedia conservata di argomento storico recente. Furono scritte centinaia di tragedie, ma opere complete restano solo di tre autori, e la nostra idea dell’intero genere si fonda su di loro.
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Che cosa significa questa parola?
Le parti della tragedia
Nella Poetica (1452b) Aristotele elenca le parti in cui si divide ogni tragedia. Le scene recitate degli attori si alternano ai canti del coro:
- πρόλογος (prologo): tutto ciò che precede l’ingresso del coro, spesso un discorso che espone la situazione.
- πάροδος (parodo): il primo canto del coro, eseguito mentre entra.
- ἐπεισόδιον (episodio): una scena di dialogo tra due canti corali, in cui l’azione procede.
- στάσιμον (stasimo): un canto del coro tra gli episodi, che spesso riflette su quanto è appena accaduto.
- ἔξοδος (esodo): l’intera parte finale, dopo l’ultimo canto del coro.
Aggiunge il κομμός, un lamento condiviso da coro e attori. Una tragedia tipica segue dunque lo schema prologo, parodo, vari episodi separati da stasimi ed esodo. Le parti recitate sono per lo più in trimetri giambici, un metro vicino al parlato quotidiano, mentre i canti corali usano metri lirici ed erano cantati e danzati. Le morti violente avvengono di solito fuori scena e sono raccontate da un messaggero, l’ἄγγελος, il cui lungo racconto è uno dei pezzi fissi del genere.
Pietà, paura e catarsi; errore e hybris
La definizione di Aristotele (Poetica 1449b) dice che la tragedia è imitazione, μίμησις, di un’azione seria e compiuta che, mediante pietà e paura (δι᾽ ἐλέου καὶ φόβου), porta a compimento la κάθαρσις di tali emozioni. Che cosa significhi qui κάθαρσις è una delle questioni più discusse della critica letteraria: sono state sostenute una «purgazione» medica, una «purificazione» religiosa e un «chiarimento» intellettuale, e la Poetica che possediamo non lo spiega mai.
La trama migliore, dice (1453a), mostra un uomo né eccezionalmente virtuoso né malvagio, che passa dalla buona alla cattiva sorte non per vizio ma per una ἁμαρτία, un errore, come Edipo. I suoi momenti più forti sono la περιπέτεια, il rovesciamento della situazione, e l’ἀναγνώρισις, il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza (1452a): il messaggero di Corinto viene a rallegrare Edipo e, rivelando chi è, ottiene l’effetto opposto.
L’ὕβρις non è un termine della Poetica; appartiene ai drammi stessi. Nei Persiani di Eschilo (v. 821) l’ombra di Dario dice che la hybris, quando fiorisce, produce una spiga di rovina (ἄτη). Leggere ogni ἁμαρτία dell’eroe come superba ὕβρις è un’abitudine più tarda che molti studiosi rifiutano. Dietro a tutto sta la μοῖρα, la parte assegnata a ciascuno, e la domanda su quanto gli uomini plasmino il proprio destino.
Eschilo, Sofocle, Euripide
Eschilo (ca. 525–456 a.C.) combatté a Maratona e, secondo la tradizione, a Salamina. Aristotele gli attribuisce l’introduzione del secondo attore, che rese possibile un vero dialogo. Scrisse almeno settanta drammi; sette ci sono giunti sotto il suo nome, anche se molti studiosi dubitano che il Prometeo incatenato sia suo. Tra questi c’è l’Orestea del 458 a.C., l’unica trilogia completa che possediamo.
Sofocle (ca. 495–406 a.C.) ottenne la prima vittoria nel 468 a.C. e poi un numero di primi premi senza pari. Aristotele dice che introdusse il terzo attore, e si racconta che fissò il coro a quindici membri. Di lui restano sette tragedie, tra cui Antigone ed Edipo re, l’esempio prediletto di Aristotele.
Euripide (ca. 485–406 a.C.; alcune fonti indicano ca. 480) vinse solo cinque volte, una dopo la morte, eppure nella tarda antichità le sue opere sembrano essere state rappresentate più spesso di quelle degli altri due. Ci sono giunti diciannove drammi sotto il suo nome, tra cui Medea e le Baccanti, anche se il Reso probabilmente non è suo. I suoi personaggi argomentano, dubitano e a volte si comportano male, e spesso alla fine compare un dio a sistemare ciò che gli uomini non hanno saputo risolvere.
Date chiave
- c. 534 BCSecondo una tradizione tarda, Tespi vince il primo agone tragico delle Grandi Dionisie
- 484 BCPrima vittoria di Eschilo, secondo il Marmor Parium
- 472 BCI Persiani di Eschilo, la più antica tragedia conservata
- 468 BCSofocle ottiene la prima vittoria
- 458 BCL’Orestea di Eschilo, l’unica trilogia completa conservata
- 441 BCPrima vittoria di Euripide
- 406 BCEuripide e Sofocle muoiono a pochi mesi di distanza
- 4th c. BCLa Poetica di Aristotele definisce la tragedia e le sue parti
Otto parole, ieri e oggi
| Greco antico | Greco di oggi | Significato |
|---|---|---|
| tracotanza; oggi insulto | ||
| purificazione delle emozioni | ||
| destino, sorte | ||
| errore tragico; oggi peccato | ||
| rovesciamento; oggi avventura | ||
| riconoscimento della verità | ||
| episodio; oggi anche incidente | ||
| pietà, misericordia |
Il teatro greco: tragedia, commedia e maschere