Dal κῶμος alla gara della festa
La parola κωμῳδία compare già in Aristofane (Gli Acarnesi 378). Di solito si fa derivare da κῶμος, baldoria o gruppo di festanti, e da ᾠδή, canto. Aristotele (Poetica 1448a) riferisce che i Dori la collegavano invece a κώμη, villaggio; il dizionario di riferimento, il LSJ, considera errata questa spiegazione. Gli inizi restano oscuri, e lo dice Aristotele stesso: la commedia delle origini passò inosservata perché nessuno la prendeva sul serio, e l’arconte le concesse un coro solo tardi (1449b).
Le date sicure sono poche. Una gara comica ufficiale iniziò alle Grandi Dionisie nel 486 a.C. (alcune fonti dicono 487/6) e alle Lenee intorno al 440 a.C. La commedia non va confusa con il dramma satiresco (σατυρικό δράμα), che chiudeva la serie di opere di un poeta tragico. Né il σάτυρος, il seguace di Dioniso, ha dato σάτιρα: questa parola moderna è giunta tramite l’italiano dal latino satira.
I nomi dei periodi sono posteriori alle opere. Aristotele contrappone commedie antiche e nuove nell’Etica Nicomachea (1128a): le antiche ridevano del turpiloquio (αἰσχρολογία), le nuove preferivano l’allusione (ὑπόνοια). Autori più tardi, fra cui Marco Aurelio (11.6), usano i tre termini antica, di mezzo e nuova (ἀρχαία, μέση, νέα). I confini fra loro sono approssimativi.
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Aristofane e la commedia antica
Della commedia antica un solo poeta sopravvive con opere complete. Cratino ed Eupoli sono noti da frammenti, mentre di Aristofane restano undici commedie, datate dal 425 al 388 a.C., su una quarantina (la Suda ne conta 44). I suoi bersagli erano persone viventi. Negli Acarnesi 377–378 l’eroe, che parla a nome del poeta, ricorda ciò che subì da Cleone a causa della «commedia dell’anno scorso»; l’esito di quella contesa è ignoto. Nei Cavalieri (424 a.C.) Cleone appare come schiavo paflagone, e i versi 230–232 scherzano sul fatto che nessun fabbricante di maschere osò riprodurne il volto. Le Nuvole (423 a.C.) arrivarono ultime nella gara; il Socrate di Platone (Apologia 19c) ricorda poi il «Socrate» della scena che diceva di camminare nell’aria.
I manuali descrivono l’ordine abituale di un’opera:
- πρόλογος: gli attori espongono il problema.
- πάροδος: entra il coro, per tradizione di 24 membri e spesso in costume, da vespe o da uccelli.
- ἀγών: uno scontro formale di opinioni; nelle Rane 883 Eschilo ed Euripide affrontano un ἀγὼν σοφίας, una gara di sapienza.
- παράβασις: il coro si rivolge al pubblico.
- ἐπεισόδια: brevi scene alternate a canti del coro.
La parabasi: il coro si rivolge al pubblico
In una pausa dell’azione il coro lascia il suo ruolo e parla direttamente agli spettatori, spesso a nome del poeta. Aristofane ha il verbo per questo: farsi avanti «verso il pubblico», πρὸς τὸ θέατρον παραβῆναι (Cavalieri 508; cfr. Pace 735 e Tesmoforiazuse 785). Il LSJ cita il sostantivo παράβασις per questa scena solo da autori più tardi, come Plutarco ed Efestione. Sull’immagine che racchiude non c’è accordo: secondo il LSJ il coro «si faceva avanti», mentre altri spiegano che «esce» dal suo ruolo.
Due esempi ne mostrano l’ampiezza. Nelle Nuvole 518, nel testo rivisto che ci è giunto, il coro comincia con ὦ θεώμενοι κατερῶ πρὸς ὑμᾶς ἐλευθέρως τἀληθῆ, «spettatori, vi dirò liberamente la verità», e segue il lamento del poeta per la sconfitta dell’opera. Nelle Rane 686–688 il «sacro coro» rivendica il diritto di consigliare la città e la esorta a rendere uguali i cittadini (ἐξισῶσαι τοὺς πολίτας). Quanto questi passi esprimano le idee di Aristofane stesso è oggetto di dibattito. La parabasi non fu mai obbligatoria: Liddell e Scott ne notano l’assenza da Lisistrata, Le donne al parlamento e Pluto, e nessuna opera conservata dopo le Rane (405 a.C.) la contiene.
Da Aristofane a Menandro
Dopo la guerra del Peloponneso la commedia cambia. I testi delle Donne al parlamento (c. 392 a.C.) e del Pluto (388 a.C.) recano la nota χοροῦ, «del coro», dove il canto corale non è più scritto. Platonio, un critico più tardo, attribuisce il declino dell’attacco politico alla paura dei processi e alla scarsità di uomini disposti a finanziare i cori: una spiegazione antica, non una causa provata. Fra il 388 e il 316 a.C. non sopravvive nessuna opera completa, perciò la commedia di mezzo è nota da titoli e frammenti.
La commedia nuova, dagli anni 320 a.C., entra nella casa privata. Le sue trame si fondano sulla coincidenza e su personaggi fissi: il giovane innamorato, lo schiavo astuto, il soldato spaccone, il cuoco chiacchierone, il parassita. A Menandro (c. 342–291 a.C.; le date variano di poco) la Suda attribuisce 108 opere, ma si conoscono solo otto vittorie. La sua prima rappresentazione è datata al 321 a.C., e il suo Δύσκολος, «il burbero», vinse alle Lenee del 316 a.C.
Menandro non ci è giunto attraverso i manoscritti medievali. È tornato dai papiri egiziani: il codice del Cairo fu pubblicato nel 1907, e un codice Bodmer del III secolo d.C. ci ha dato il Δύσκολος nel 1958, l’unica opera conservata quasi per intero. Plauto e Terenzio adattarono originali greci per Roma, e almeno dieci delle loro opere provengono da Menandro e Filemone. I titoli parlano ancora greco moderno: βάτραχοι sono le rane, σφήκες le vespe, e δύσκολος, un tempo scontroso, oggi significa soprattutto difficile.
Date chiave
- 486 BCLa commedia diventa gara ufficiale alle Grandi Dionisie
- c. 440 BCLa commedia viene aggiunta alle Lenee
- 425 BCGli Acarnesi, la più antica opera conservata di Aristofane
- 423 BCLe Nuvole arrivano ultime nella gara
- 405 BCLe Rane: Eschilo contro Euripide nell’Ade
- 388 BCPluto, l’ultima opera conservata di Aristofane
- 316 BCIl Dyskolos di Menandro vince alle Lenee
- 1958Il Dyskolos è pubblicato dal codice Bodmer
Otto parole, ieri e oggi
| Greco antico | Greco di oggi | Significato |
|---|---|---|
| commedia | ||
| discorso del coro; oggi infrazione | ||
| coro; oggi soprattutto danza | ||
| satiro, seguace di Dioniso | ||
| scontroso; oggi soprattutto difficile | ||
| rana | ||
| vespa | ||
| gara; oggi anche partita |
Il teatro greco: tragedia, commedia e maschere